Intervista a Padre Lepori, nuovo Abate Generale

   

Il Giornale del Popolo – 2 ottobre 2010

lunedì 4 ottobre 2010

Auguri a Padre Mauro, che vivrà da monaco il mondo

Dal Giornale del Popolo del 2 ottobre 2010, cui dobbiamo testo e immagine
intervista di CRISTINA VONZUN



Padre Mauro Lepori, di Canobbio, monaco cistercense, già abate di Hauterive (Fr), da qualche settimana è l’Abate generale dell’Ordine Cistercense. Il suo percorso umano e cristiano va dal Ticino a Friborgo, da Hauterive a Roma.

Padre Mauro, si aspettava questa elezione?
Sapevo che ero uno dei possibili, ma non immaginavo che la cosa si sarebbe svolta così chiaramente e rapidamente. Temevo che questa elezione potesse essere un’occasione di tensioni all’interno del Capitolo Generale, e anche fra gli abati che entravano in linea di conto, fra i quali ci sono dei cari amici. Invece, è come se lo Spirito Santo fosse passato come un vento che si abbatte gagliardo, per riprendere l’immagine della Pentecoste, e quello che ha spazzato via sono soprattutto le nostre paure, e le possibili divisioni. Eravamo tutti stupiti, e abbiamo riconosciuto l’intervento dello Spirito, non tanto perché hanno scelto me, ma nel come l’elezione e tutto il Capitolo Generale si sono svolti.

Cosa ha pensato nel momento dell’elezione?
Mentre il giovane monaco vietnamita che fungeva da scrutatore leggeva a una a una le schede e ripeteva continuamente il mio nome, storpiandolo un po’, ho sentito salire in me la consapevolezza che non era più solo un’elezione, ma una chiamata del Signore; e questo mi riempiva di commozione, perché era come se, “vecchio” come sono, Gesù mi chiamasse come tanti anni fa, quando non avevo ancora vent’anni. Ho capito che dovevo solo dire di «sì» al Signore che ripassava accanto a me per dirmi «Seguimi! ». Tutto il resto sarebbe stato, ed infatti è, solo la conseguenza di questa chiamata e di questo povero «sì». Tutta la forza, la luce e la pace vengono solo da Lui che chiama. Mai come ora ho capito e provato che la vocazione non è tanto un compito, un impegno da assumersi, ma una sorgente di vita a cui ci è chiesto di consentire. Poi ho pensato a Hauterive, alla mia comunità. Lasciarla è il sacrificio più grande, perché malgrado tutti i nostri limiti, è una comunità stupenda, che non avrei mai voluto lasciare. Ora però mi accorgo che il mio «sì» è una chiamata anche per loro, e una grazia, attraverso il sacrificio. E poi mi accorgo anche che in realtà non l’ho lasciata, che rimane la mia comunità, e lo resterà sempre.

Come nasce la sua vocazione monastica?
È nata anch’essa come una sorpresa. Io, quando mi sono sentito chiamato, ho pensato subito al sacerdozio ministeriale e ho intrapreso i passi e gli studi corrispondenti a questa prospettiva. Poi sono andato a preparare un esame di teologia a Hauterive, e il Signore mi ha attirato fortemente a Lui lì. Ma ogni passo del mio cammino è servito a dire di sì a quella vocazione inattesa, soprattutto i passi che ho fatto grazie e con gli altri.

La sua vocazione “fa i conti” con il Ticino, il movimento di Comunione e Liberazione, tanti amici. Di quanto è debitore verso tutte queste realtà?
Tutte le vocazioni, a cominciare dalla vocazione ad essere semplicemente cristiani, a vivere il proprio battesimo, il Signore le riveste di rapporti, di amicizie, di comunità. È questo che permette di verificare se un’intuizione interiore è veramente una realtà e un cammino per la vita, e non solo un sogno sentimentale. Anche quando ha vissuto tre anni da eremita, san Benedetto era legato a un monaco che si occupava di lui. Non esiste vocazione senza comunione. Poi, ognuno incontra le persone e le esperienze che il Signore mette sul suo cammino, e questo dà alla sequela di Cristo di ogni persona la sua originalità e identità. Ma tutti gli incontri, tutte le esperienze realmente ecclesiali, riportano ogni persona all’incontro sempre originale e personale con Gesù stesso, vivo e presente. È Lui che ci chiama ed è Lui che seguiamo, attraverso tutto e tutti.

Lei è considerato da molti un figlio spirituale del vescovo Eugenio Corecco. In che modo sente vicino, oggi anche da abate generale, la figura di mons. Corecco?
Il Vescovo Eugenio mi è sempre presente soprattutto come padre e pastore. Presente non tanto perché ci penso o mi ispiro a lui, ma perché mi accorgo sempre di più, ed ogni tappa lo conferma, che la convivenza con lui nella comunità di studenti a Friborgo e il rapporto con lui come Vescovo di Lugano hanno formato in me un modo di essere, di amare, di assumere la responsabilità pastorale che altrimenti non avrei potuto assimilare e sviluppare. Mi accorgo che è come un riferimento interiore, totalmente libero, che è come un seme che il Signore ha seminato al centro della mia vita e della mia vocazione. È un po’ come il trasmettersi di un talento artistico. Ogni artista è tale se ha una sua originalità, ma nello stesso tempo, se è onesto, deve riconoscere che è figlio del talento di altri. Comunque, più vengo a conoscenza di abati, vescovi e cardinali, e più mi rendo conto che il carisma pastorale di Mons. Corecco è stato e rimane un dono prezioso alla Chiesa che non si dovrebbe dimenticare.

Torniamo alla sua nuova missione. Qual è il ruolo dell’Abate generale dei cistercensi?
È in fondo abbastanza indefinito da permettere ad ogni abate generale di esprimere il suo carisma e la sua particolarità. Certo, ci sono compiti pastorali, giuridici, amministrativi inderogabili. Ma l’essenziale è la salvaguardia e la promozione della comunione dell’Ordine, cioè la carità fra le persone e le comunità, affinché le enormi diversità di cultura, di razza, di osservanza, di storia delle comunità dell’Ordine non siano mai occasione di indifferenza e divisione, ma di dono e arricchimento reciproci. Come dicevo, il Capitolo Generale che abbiamo vissuto un mese fa ci ha molto confermati e confortati in questa consapevolezza, in questo compito, e in questa grazia.

Lei vivrà a Roma presso la Curia generalizia cistercense. Sarà cittadino del mondo. Come sente questo nuovo compito che per forza di cose la spingerà ad essere meno stabile in un luogo…
Ho percepito subito che in fondo non mi è chiesto di essere più solo, ma di avere una comunità più grande. Numericamente devo solo moltiplicare Hauterive per cento… Ora la mia comunità è tutto l’Ordine, ed è lì che devo imparare à trovare la mia nuova stabilità, una stabilità dilatata. Umanamente è impossibile, ma san Benedetto ci assicura che prima o poi, per grazia di Dio, il cuore si dilata, e questa non è una dissipazione, ma un’esperienza di pienezza. In questo mi aiuta il fatto che la Casa Generalizia a Roma è anche il Collegio di un bel gruppo di studenti di teologia dell’Ordine: vivo quotidianamente con monaci vietnamiti, americani, africani e europei. È un buon esercizio, nella realtà del quotidiano, di quello che l’Ordine è e deve essere nel suo insieme.

Dovrà viaggiare tantissimo. Come si pone davanti a questa prospettiva di ministero itinerante?
Per quanto riguarda i viaggi: ci ho pensato riprendendo l’aereo a Fiumicino al ritorno dal Capitolo Generale. Ho osservato l’aeroporto rendendomi conto che per i prossimi anni questi luoghi, attraverso i quali transitavo raramente e distrattamente, saranno la scena di molte ore di attesa, di incontri, di partenze e di ritorni. Dovrò imparare ad abitarvi da monaco, se lo sono. Ho pensato allora a Madre Teresa che, ovunque andava, era con Gesù. San Silvano del Monte Atos scriveva: “Per chi prega col cuore, tutto il mondo diventa una chiesa”. Insomma, anche questa è una sfida a vivere con più verità il rapporto col Signore e la mia vocazione, cioè a domandare con più povertà l’unione con Lui e la carità di riconoscerlo in tutte le persone che incrocerò sulle vie del mondo.

Tra le questioni imminenti che l’Ordine deve affrontare ho letto che c’è quella delle vocazioni. Vale anche per la vostra realtà la regola per cui in Occidente c’è crisi vocazionale mentre altrove, in Asia o Africa, ci sono vocazioni? Come pensate di affrontare la questione vocazionale?
Il vero problema è la vita delle comunità. Per i monaci e le monache che seguono il carisma di san Benedetto la vocazione è la ricerca della presenza di Dio vivendo in comunità. Gesù Cristo ci chiama ad aderire a Lui aderendo ad una comunità particolare, aderendo come membra vive al corpo di una comunità riunita nel suo nome. Ma se le comunità sono disunite, se coltivano poco o male la comunione fraterna, l’unità nella preghiera, la bellezza, la letizia e il sacrificio dello stare insieme per cercare e servire Dio, allora le vocazioni non possono aderire, anche se si presentano. E pure là dove le vocazioni sono abbondanti, se non c’è una vera vita di comunione nelle comunità, prima o poi anche l’abbondanza numerica si rivelerà sterile. Ciò detto, viviamo comunque in Occidente un tempo in cui l’ambiente culturale e storico non favorisce le vocazioni. Spesso si pensa che la ragione è il fatto che la cultura odierna non educa ad apprezzare la povertà, la castità e l’obbedienza. Ho piuttosto l’impressione che il vero problema sia che i giovani d’oggi sono poco educati alla vita comunitaria, a vivere con gioia e libertà l’appartenenza agli altri come ambito di crescita nell’amore. E questo anzitutto nella vita e vocazione famigliare.

In qualità di Abate generale lei ha incontrato il Papa. Benedetto XVI in quell’occasione ha definito i cistercensi «una grande famiglia». Cosa le hanno suggerito queste parole del Papa?
Mi ha colpito che il Papa rispondesse immediatamente alla mia presentazione dicendo «Siete una grande famiglia ». Ho capito che questa parola definiva da una parte quello che stavamo sperimentando durante il Capitolo Generale, con stupore e letizia, ma anche definiva un compito, una vocazione, quello che la Chiesa, tramite Pietro, ci domanda di essere per servire il Regno di Dio secondo il nostro carisma. Nella relazione finale al Capitolo Generale dicevo a questo proposito che “la vera natura di una famiglia non è quella di essere un gruppo di persone ripiegate su se stesse, sulla difesa del proprio cerchio e dei propri interessi. La vera natura di una famiglia è quella di essere l’anello di una catena di generazioni, cioè di essere un gruppo di persone che si lasciano generare per generare a loro volta. E questa generazione passa attraverso una vita comune in cui i membri si amano, si educano, si aprono alla fecondità. La famiglia è un luogo di vita e di lavoro comune per crescere in un amore sempre più vero e gratuito, un luogo in cui si lavora insieme a crescere nella conoscenza della verità, nell’esperienza della bontà, nella contemplazione della bellezza. E tutto questo implica la crescita nell’unità, nella comunione che permette alla verità, all’amore e alla bellezza di essere una corrente di vita che circola fra le persone e si trasmette al mondo. San Benedetto ci offre e chiede di vivere e crescere in questa esperienza, in cui Cristo risponde alla sete di felicità del nostro cuore, a livello personale, a livello di ogni comunità e a livello dell’Ordine. Definirci come «una grande famiglia» non vuol dire calcolare le nostre dimensioni, ma essere coscienti che anche quando siamo piccoli e fragili, il Signore ci chiama a crescere, a crescere nella vita, a crescere nell’amore, nella comunione, a crescere nel dono della nostra vita per il Regno di Dio, che è l’unità e la salvezza dell’immensa famiglia umana. E questo anche attraverso la morte, perché in Cristo la legge della vita è ormai il mistero pasquale”. Aggiungo che questa definizione del nostro Ordine, ma che vale per tutti gli Ordini e Comunità, mi è particolarmente cara ripensando al cammino percorso con tante famiglie, soprattutto ticinesi, durante gli anni trascorsi a Hauterive.

Papa Benedetto è molto vicino al vostro carisma. In che modo l’Ordine può contribuire all’opera di Benedetto XVI di rievangelizzare la cultura europea riproponendo un costruttivo e rinnovato incontro tra fede e ragione e un ruolo pubblico della religione come forza vitale della società (penso ai recenti discorsi del papa in Inghilterra)?
Il Vangelo non è un semplice messaggio, una dottrina, una morale, ma un’esperienza di vita nella comunione con Gesù Cristo vivo e presente che salva la nostra vita in tutti i suoi aspetti, e ci unisce nella comunione della sua carità e misericordia. Per questo lo strumento più efficace di ogni evangelizzazione è la presenza di comunità vive nel mondo. San Benedetto ha evangelizzato e cristianizzato l’Europa semplicemente favorendo la nascita, la vita e la verità delle comunità monastiche che poi sono diventate modello di comunione per le altre comunità ecclesiali e civili. È da queste esperienze comunitarie di vita che poi irradia una cultura cristiana, cioè integralmente umana, che si trasmette umilmente alla società, come un lievito che fa fermentare la pasta. Questo compito dà le vertigini, quando si pretende di realizzarlo con le proprie forze. Invece la vera esperienza della Chiesa è che solo la forza dello Spirito Santo può realizzarlo e renderlo fecondo, utilizzando i miseri strumenti che siamo e facendo germogliare in modo sorprendente anche il più piccolo granello di senape.

In qualità di Abate generale avrà modo di partecipare ad incontri interreligiosi? In passato so che ha allacciato contatti con monaci buddisti…
Non sarà il mio compito specifico, ma, come in passato, sicuramente mi troverò ad incontrare e a fraternizzare con le esperienze monastiche delle altre tradizioni religiose. Si tratta soprattutto di apprendere a conoscersi, a stimarsi e a valorizzare il bene e il vero che lo Spirito di Dio semina e feconda in ogni esperienza. Più urgente per me sarà l’impegno di conoscere e capire la cultura e la religiosità dei miei confratelli e consorelle asiatici (in Vietnam c’è quasi la metà dell’Ordine!), africani e sudamericani.

Lei è sereno quando pensa al futuro del cattolicesimo, nonostante quest’ultimo anno così difficile?
Certo, molte cose nella Chiesa e nei rapporti del mondo con la Chiesa suscitano preoccupazione. Viviamo un tempo di purificazione, e spero ci insegni ad essere più veri, liberi e poveri nel vivere la nostra fede e la nostra fedeltà a Cristo e al suo Corpo ecclesiale. Ma il futuro del cattolicesimo, del cristianesimo, é nelle mani di Dio, nelle mani ferite e luminose del Signore risorto che mai ci abbandona, e sempre ci perdona, per cui non sono solo sereno di fronte al futuro della Chiesa, ma emozionato e impaziente di scoprirne le meraviglie.

 



 

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